Non ci riesco, non ce la faccio. Vederti in questo letto, completamente incapace di reagire, di comunicare... Eppure mi guardi. Qualcosa dicono, i tuoi occhi. Ma non sono in grado di capirlo. O magari mi illudo di capirlo, ma in realtà chi può dire cosa pensi davvero? O se stai pensando qualcosa.
Io invece sì, penso, penso continuamente. E non riesco a fare a meno di chiedermi se sia stata mia la colpa. Se quello che hai dovuto passare negli ultimi mesi, me, la mamma, i vicini...
Ma è un'altra delle cose che non saprò mai. I medici dicono che sì, lo stress può avere un peso nel far degenerare una predisposizione, ma che, appunto, di una predisposizione si tratta.
Non lo so. So solo che ora non c'è altro che io possa fare se non starti accanto, accudirti, e sperare in un miglioramento che, hanno detto, potrebbe esserci, ma non sanno se, né quando.
A Max ancora non l'ho detto, ma lo farò presto. Non posso lavorare come si deve alla Scuola, in questo momento. Mi troverò un part-time, qualcosa che mi lasci le ore necessarie per stare con te.
Ora vado. Devo mettere in ordine un po' di cose. Riposa bene.
A domani papà.
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sabato 17 settembre 2016
mercoledì 20 aprile 2016
Traces of Ink - 1
La pagina di un'agenda del 2024, quella corrispondente al 19 Aprile, coperta di una scrittura fitta e un po' irregolare, diversa da quella solitamente ordinata di Hilde, ma riconoscibile a un occhio attento.
Cameron mi odia.
È convinto che l'abbia usato con chissà quali fini politici.
Non riesco a credere che possa pensare una cosa simile.
Ma probabilmente è colpa mia. Ho cercato di fargli capire quanto questa legge sia ingiusta, e quanto sia nostro dovere parlarne, non nasconderci.
E l'ho fatto nel momento sbagliato. Quando si era assurdamente convinto che avessi pianificato tutto.
E non è bastato che gli abbia assicurato, giurato, che non era così.
Mi ha giudicata e trovata colpevole. Unica prova a carico, l'odio che provo per questa legge e il desiderio di fare qualsiasi cosa per aiutare chi ne viene quotidianamente schiacciato.
Non conta niente il fatto che non consideri colpevole nessuno di loro, il fatto che consideri chi è costretto ad applicare questa legge infame una vittima quanto chi è costretto a subirla.
Ha detto che al mio posto avrebbe fatto la stessa cosa.
Ma avrei dovuto giurargli che no, mai avrei parlato di quanto mi è successo, nell'ambito della mia attività per SHINE? E avrei potuto? Non andrò certo a gridarlo ai quattro venti appena fuori di qui, come lui sembra pensare che avrei fatto. Ma non me la sento tuttora di giurare che non ne parlerò mai e con nessuno. Perché è la mia vita. È qualcosa che mi è capitato senza che lo abbia cercato o desiderato. Ed è sbagliato.
Davvero devo rinunciare anche al poco che di buono potrebbe venire da tutto questo? Lasciare che tutto quello che sto soffrendo sia stato inutile?
Ma questo per lui vuol dire tradire la sua fiducia, il suo affetto, il suo desiderio di sacrificarsi al mio posto.
Non vede le centinaia, forse migliaia di persone che soffrono per gli stessi motivi, senza un Cameron Levy a far loro da scudo. Vede solo Hilde Jenkins, che poteva evitare e non ha evitato, che potrebbe tacere e non vuole. E come lui, solo questo vedono tutti gli altri.
Ma mi fa male vederlo soffrire per questo. E il suo risentimento è mille volte peggio di queste sbarre, di queste mura sempre uguali, di questo tempo che sembra inceppato, che gira su sé stesso senza senso. Persino peggio della riprovazione di quelli che si dicono la mia famiglia, ma non possono aspettare di lasciarmi uscire di qui, prima. Devono interrogarmi, incalzarmi, e accusarmi di ipocrisia e menefreghismo mentre ho addosso un'informe tuta arancione e le manette ai polsi, riesco a lavarmi a stento, non ho voglia di mangiare e credo di aver finito le lacrime, per poi scoprire a tradimento ogni volta di averne ancora.
Me la sono cercata, hanno detto.
No. Ho fatto quello che dovevo. Ho solo detto la verità.
Mesi fa mi è stato chiesto di fare una scelta. O accettare legge così com'è o lasciare la Scuola. Ho scelto di accettarla, e ora?
Non ha senso affermare di attenersi alle leggi quando poi questo vale solo quando non ci sfiorano.
Ma questo sembra aver senso solo per me.
Non so se riuscirò a tornare quella di prima.
Non mi sono mai sentita così sola.
Cameron mi odia.
È convinto che l'abbia usato con chissà quali fini politici.
Non riesco a credere che possa pensare una cosa simile.
Ma probabilmente è colpa mia. Ho cercato di fargli capire quanto questa legge sia ingiusta, e quanto sia nostro dovere parlarne, non nasconderci.
E l'ho fatto nel momento sbagliato. Quando si era assurdamente convinto che avessi pianificato tutto.
E non è bastato che gli abbia assicurato, giurato, che non era così.
Mi ha giudicata e trovata colpevole. Unica prova a carico, l'odio che provo per questa legge e il desiderio di fare qualsiasi cosa per aiutare chi ne viene quotidianamente schiacciato.
Non conta niente il fatto che non consideri colpevole nessuno di loro, il fatto che consideri chi è costretto ad applicare questa legge infame una vittima quanto chi è costretto a subirla.
Ha detto che al mio posto avrebbe fatto la stessa cosa.
Ma avrei dovuto giurargli che no, mai avrei parlato di quanto mi è successo, nell'ambito della mia attività per SHINE? E avrei potuto? Non andrò certo a gridarlo ai quattro venti appena fuori di qui, come lui sembra pensare che avrei fatto. Ma non me la sento tuttora di giurare che non ne parlerò mai e con nessuno. Perché è la mia vita. È qualcosa che mi è capitato senza che lo abbia cercato o desiderato. Ed è sbagliato.
Davvero devo rinunciare anche al poco che di buono potrebbe venire da tutto questo? Lasciare che tutto quello che sto soffrendo sia stato inutile?
Ma questo per lui vuol dire tradire la sua fiducia, il suo affetto, il suo desiderio di sacrificarsi al mio posto.
Non vede le centinaia, forse migliaia di persone che soffrono per gli stessi motivi, senza un Cameron Levy a far loro da scudo. Vede solo Hilde Jenkins, che poteva evitare e non ha evitato, che potrebbe tacere e non vuole. E come lui, solo questo vedono tutti gli altri.
Ma mi fa male vederlo soffrire per questo. E il suo risentimento è mille volte peggio di queste sbarre, di queste mura sempre uguali, di questo tempo che sembra inceppato, che gira su sé stesso senza senso. Persino peggio della riprovazione di quelli che si dicono la mia famiglia, ma non possono aspettare di lasciarmi uscire di qui, prima. Devono interrogarmi, incalzarmi, e accusarmi di ipocrisia e menefreghismo mentre ho addosso un'informe tuta arancione e le manette ai polsi, riesco a lavarmi a stento, non ho voglia di mangiare e credo di aver finito le lacrime, per poi scoprire a tradimento ogni volta di averne ancora.
Me la sono cercata, hanno detto.
No. Ho fatto quello che dovevo. Ho solo detto la verità.
Mesi fa mi è stato chiesto di fare una scelta. O accettare legge così com'è o lasciare la Scuola. Ho scelto di accettarla, e ora?
Non ha senso affermare di attenersi alle leggi quando poi questo vale solo quando non ci sfiorano.
Ma questo sembra aver senso solo per me.
Non so se riuscirò a tornare quella di prima.
Non mi sono mai sentita così sola.
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venerdì 25 marzo 2016
Lessons
È un gruppo di bambini quello che ha davanti. Hanno finito di leggere un brano di letteratura e ora hanno chiuso i libri, per iniziare la parte della lezione dedicata al controllo dei poteri.
- Quindi ricordate cosa dovete fare?
- Respirare - è quasi un coro, un po' scombinato.
- E respirare come?
- Lentamente - come sopra.
- E se vi agitate che succede?
- Che non riusciamo a controllarlo - ancora una volta poche voci spiccano, in un insieme più o meno omogeneo.
Sorride, annuendo soddisfatta.
- Bene, Matthew, fammi vedere.
È un bel bambino dai capelli scuri, gli occhi di un verde trasparente, il naso coperto di lentiggini, ha una decina di anni, forse meno. Raddrizza le spalle, inizia a respirare lentamente.
- Bravissimo. Ora cerca di sentire l'energia, portala tutta nella mano destra.
Il bambino solleva la mano, palmo in alto, e pian piano piccole scariche elettriche disegnano sottili saette che scorrono da un dito all'altro, sollevando un'ondata di risolini e commenti sottovoce.
Hilde sorride.
- Perfetto, basta così. Martha, vieni tu ora.
Si alza una bimba bionda, con i capelli corti e gli occhi celesti. Al suo sorriso manca un canino.
- Sei riuscita?
La bimba annuisce.
- Bene, fammi vedere.
Martha prende un bel respiro e lentamente, dai tagli verticali sulla schiena della sua maglietta spuntano due ali candide, che pian piano si dispiegano sollevandosi verso l'alto. Le batte un paio di volte.
L'insegnante sorride annuendo, poi un cenno incoraggiante.
La bimba serra le labbra, sospira rumorosamente, poi chinata la testa ripiega le ali e inizia a contorcersi un poco. Hilde anche serra le labbra, e cerca di conservare l'espressione serena, che diviene appena un po' apprensiva. Ma mantiene il sorriso.
- Non innervosirti Martha, continua a respirare lentamente, e tieni la schiena rilassata.
Le ali pian piano si riducono di dimensioni, poi ancora spunta qualche penna dalla schiena della bimba, infine scompaiono.
- Bravissima! - esclama la ragazza con un sorriso, mentre tutta la classe prorompe in un applauso che fa affiorare di nuovo quella finestrella tra le labbra della bimba.
- Siete stati bravissimi, tutti quanti. Ora potete andare, ma cosa dovete ricordare?
- Che dobbiamo esercitarci solo dentro le mura della Scuola! - risponde un bambino zelante, prima degli altri. Hilde annuisce con un sorriso.
- Miss Jenkins, ma perché non posso saltare, fuori dalla scuola? So farlo bene! Al parco c'è un albero bellissimo, ha i fiori grandi, li volevo vedere... E anche a Martha volevo farli vedere. Lei ci arriverebbe, con le ali!
- Perché non possiamo, Rose. Vi ricordate? Vi ho parlato del VPA. La legge dice che i poteri si possono usare solo in caso di pericolo. E a scuola.
Il tono è gentile, e anche il sorriso, che cerca di infondere anche agli occhi scuri, probabilmente con scarsi risultati.
- Ma il VPA è per i Vigilantes! Noi non siamo Vigilantes!
- Il VPA è per chi ha poteri speciali Matthew. E noi li abbiamo.
- Ma a James non dice niente nessuno se gli guarisce il dito fuori dalla scuola!!! - protesta una vocina sul fondo.
- E poi perché Martha si può esercitare a casa e io no?! - un'altra voce alla sua destra.
- Perché Martha abita dentro la scuola, Rose... - risponde con pazienza, ancora con un debole sorriso.
Il suono della campanella arriva a salvarla da quei discorsi, portandosi via uno sciame di bambini ridenti, lasciandola con un macigno in fondo al cuore.
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