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sabato 17 settembre 2016

Stroke

Non ci riesco, non ce la faccio. Vederti in questo letto, completamente incapace di reagire, di comunicare... Eppure mi guardi. Qualcosa dicono, i tuoi occhi. Ma non sono in grado di capirlo. O magari mi illudo di capirlo, ma in realtà chi può dire cosa pensi davvero? O se stai pensando qualcosa.
Io invece sì, penso, penso continuamente. E non riesco a fare a meno di chiedermi se sia stata mia la colpa. Se quello che hai dovuto passare negli ultimi mesi, me, la mamma, i vicini...
Ma è un'altra delle cose che non saprò mai. I medici dicono che sì, lo stress può avere un peso nel far degenerare una predisposizione, ma che, appunto, di una predisposizione si tratta.
Non lo so. So solo che ora non c'è altro che io possa fare se non starti accanto, accudirti, e sperare in un miglioramento che, hanno detto, potrebbe esserci, ma non sanno se, né quando.
A Max ancora non l'ho detto, ma lo farò presto. Non posso lavorare come si deve alla Scuola, in questo momento. Mi troverò un part-time, qualcosa che mi lasci le ore necessarie per stare con te.

Ora vado. Devo mettere in ordine un po' di cose. Riposa bene.

A domani papà.

martedì 28 giugno 2016

Let's go camping!

Sono stanca. Una stanchezza diversa dal solito. E ho le mani sporche di colore e pennarello come non succedeva da quando ero bambina. Ho cenato poco, male e tardi. E come se non bastasse la pioggia, per tutta la strada in motorino da Bella Vista a casa.

Eppure sento che possiamo e dobbiamo farlo. Non dobbiamo permettergli di andare avanti, dobbiamo riuscire a fermarli prima che questa assurda legge passi, perché risuonerebbe come una dichiarazione di guerra. Sarebbe un sasso che darebbe inizio a una valanga, e allora difficilmente riusciremmo a fermarla.

Mi chiedo se davvero sia la stupidità a muovere eventi come questi, o se non vi sia dietro ben altro.

Che meravigliose prospettive. Da una parte l'apocalisse, dall'altra la possibilità di un evento catastrofico involontario, e infine la guerra civile.

Come dici papà? Certo che ci vengo a pescare! Non mancherei per niente al mondo.
Come potrei mancare? Del resto non ho la presunzione di ritenermi in grado di fermare eventi di questa portata. Posso fare qualcosa, ma sono utile, non indispensabile.

Se è possibile salvare Philadelphia, l'America e il mondo, riusciranno a farlo anche senza di me. E se non è possibile...

Beh, voglio andare a pesca con mio padre.

sabato 26 marzo 2016

To:  hilde.jk@aol.com
From: jeb.jenkins@kennebunkport.org
Subject: 
Ciao tesoro. 

Forse avrei dovuto chiamarti, non scriverti, ma ho preferito così. Mi ha dato il tuo indirizzo Helen.
Mi è dispiaciuto molto tutto quello che è successo, e ho sbagliato a non chiamarti fino ad ora. Credevo che dandole un po' di tempo le sarebbe passata, speravo fosse così, ma a quanto pare gliene serve ancora. 
Solo che stavolta non sono disposto ad aspettare. Non a tue spese.
Domattina sono a Philadelphia, resterò con te per la Pasqua, se tu non hai niente in contrario. La mamma è da Helen, starà bene.

Fammi sapere se sei d'accordo.

Papà 

lunedì 29 febbraio 2016

A Strong Woman...

Eccomi qui, di nuovo a un bivio. E stavolta sento che sto per perdere tutto. Non ho fatto in tempo a sentirmi completa, intera, felice anche, forse per la prima volta. È durato meno di un attimo. Poi prima Arthur, ora la Scuola, tutto mi sta crollando addosso di nuovo e io non ce la faccio.
Una donna forte. No, non lo sono. Sono solo una che da sempre cerca di restare in piedi in mezzo alla burrasca. Cerco di andare avanti, un passo dopo l'altro.
E ora se lascio la scuola...
Del resto cosa dovevo fare? Non posso rivestire un ruolo di questa importanza se chi ha fiducia in me non sa fino in fondo in chi ripone la sua fiducia.
Dovevo dirglielo. E se questo è il risultato non importa. Probabilmente sono io che non ho capito a fondo. Forse la Scuola non è solo un luogo dove sentirsi accolti, dove imparare ad accettare sé stessi e imparare a gestire quello che siamo, e magari imparare a far conoscere quello che siamo, davvero, oltre tutti i preconcetti. Forse davvero è il luogo dove sottomettersi a quello che consideriamo ingiusto e sbagliato. E allora no, non è il posto per me.
Ma allora perché sto così male?

domenica 21 febbraio 2016

Pieces



È successo ancora.
Ma almeno questa volta è stato dolce.

Lei 17 anni, pelle scura e treccine dai laccetti colorati, jeans a pelle, e un giubbotto di jeans su un maglioncino colorato, lui un paio di anni di più, pelle chiara, capelli biondi spettinati, appena abbronzato, un bomber di pelle dall'aria vissuta, una camicia a scacchi aperta su una maglietta chiara, jeans scoloriti. Camminano per mano, sono felici, gli occhi si cercano, la luce prende bagliori nuovi, inizia con il solletico. Jeremy le cinge la vita, ridono insieme, poi un bacio, un altro. Pian piano la guida verso la grande quercia al lato del sentiero, che dopo poco incontra, poggiandovi la schiena. Lui è su di lei, i baci si fanno più esigenti, le mani del ragazzo trovano la pelle sotto il maglione, lei gli si stringe, il respiro diverso. Poi il calore. Inizia piano. Dapprima non ci fa caso, riapre gli occhi velati di desideri nuovi. E del colore delle fiamme vive. Lui la sta baciando, si discosta appena. Poi la lascia andare come se fosse incandescente, sgranando gli occhi.
"Tu..." 
Lei boccheggia per un istante, privata del suo calore e delle sue labbra, non capisce, le iridi che decolorano lentamente, troppo.
"Tu... Tu sei di quelli, brutta puttana!" già sta gridando, togliendole il colore dal viso. È fuori di sé.
"Volevi fregarmi eh? Strega! Ma vai ad affogarti, sparisci!" le inveisce contro mentre arretra.
"Non farti più vedere, mi hai sentito?!" Quell'indice puntato sembra un artiglio che le sta scavando il cuore. Sente le ginocchia cedere, si accascia lentamente.
"Troia!" grida ancora, andandosene, lasciandola lì, incapace di rialzarsi ancora per molto, molto tempo.






lunedì 15 febbraio 2016

Hush The Nightmares Away

Sono le tre e mezza della notte. Ma lei non lo sa e non gliene importa. È sdraiata in un letto troppo stretto, la testa posata sulla mano sollevata, il gomito e il braccio sul cuscino, a guardare il viso del ragazzo disteso accanto a lei. Giovane, più di lei. E lo sembra ancora di più nel sonno, con le palpebre che nascondono gli occhi, e i lineamenti distesi. Respira piano, non vuole svegliarlo. Guarda la sua fronte contrarsi improvvisamente, poi la testa si muove, irrequieta, le spalle sussultano. Un incubo, uno dei tanti. Quelli che l'hanno svegliata. Increspa la fronte empaticamente. "Shhh-sh-sh-sh" sussurra piano, come si farebbe con un bambino agitato nel sonno, sfiorandogli i capelli. I lineamenti pian piano di distendono, il sonno quieto torna a dargli ristoro. Hilde scivola di nuovo sotto le coperte, rannicchiandosi contro di lui. E quando, ancora nel sonno, il suo braccio la circonda, un lieve sospiro, prima di riaddormentarsi con il suo respiro sulla pelle.