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martedì 5 luglio 2016

Dear Sister #3

To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject:   

[Link al video della marcia sul Walt Whitman Bridge e il discorso finale, con diversi primi piani del viso di Hilde mentre parla con trasporto alla folla] 
Sei proprio una stronza. O devi essere impazzita. Forse il gene X ti ha dato alla testa, mh?
Cosa credevi di fare? Non te lo ricordi che hai una famiglia, a Kennebunkport? Ma sì che te lo ricordi, solo non te ne frega assolutamente nulla, giusto?
Molto più importante la politica e gli interessi tuoi e dei tuoi amichetti mutanti!

Hai idea di come l'abbia presa la mamma, tutta questa faccenda? Hai idea di come li guardino ora i Pollak, i Bower e tutte le brave persone della nostra amorevole comunità?
Ah ma certo, tu tanto ormai sei andata via, sei una persona nuova...
E a chi resta non ci pensi? 

Hai portato la guerra, nella nostra famiglia. E ora anche anche questo. Che altro? 

E non venirmi a dire che dovremmo accettarti per quello che sei e tutte le stronzate che tiri fuori ogni volta. Anzi, non cercarmi più, che è meglio.

Helen

sabato 16 aprile 2016

Punishment

La porta è chiusa, nessuna finestra, l'unica luce quella artificiale, che ormai hanno spento per la notte. Piange, sotto le coperte, piange tutte le lacrime che ha. Non voleva. Non avrebbe mai voluto far del male a nessuno. Era stata solo una distrazione. Una dimenticanza.

Una volta finito tutto il trambusto, l'avevano presa e chiusa lì dentro. E lei sente che non è giusto. O forse lo è. Forse è giusto che lei paghi per quello che ha fatto.
Si toglie le coperte di dosso e scivola in terra, i piedini scalzi sul pavimento freddo, poi si inginocchia. Congiunge le manine, stringendo gli occhi.

-Ti prego, ti prego, fammi tornare normale. Non voglio più far danzare i fantasmini. Sono cattivi. Hanno fatto del male al mio papà. Non voglio. Portami via questa brutta cosa. Voglio essere come ero prima. Voglio piacere alla mamma. E a Helen. E non voglio più fare del male a nessuno.

Le lacrime scorrono sul visino di quella bimba a cui mancano due incisivi, con i capelli tirati indietro dalle mollettine colorate e dalle due piccole treccine, che nessuno ha pensato a scioglierle, mentre veniva chiusa in quella stanza. Per punizione. O forse per tenerla lontana dalla fonte della sua energia. O entrambe.



Ma non è più una bimba ora. Ora sa di non aver sbagliato, non così tanto. Non sono sue le colpe. Non tutte.

domenica 21 febbraio 2016

Pieces



È successo ancora.
Ma almeno questa volta è stato dolce.

Lei 17 anni, pelle scura e treccine dai laccetti colorati, jeans a pelle, e un giubbotto di jeans su un maglioncino colorato, lui un paio di anni di più, pelle chiara, capelli biondi spettinati, appena abbronzato, un bomber di pelle dall'aria vissuta, una camicia a scacchi aperta su una maglietta chiara, jeans scoloriti. Camminano per mano, sono felici, gli occhi si cercano, la luce prende bagliori nuovi, inizia con il solletico. Jeremy le cinge la vita, ridono insieme, poi un bacio, un altro. Pian piano la guida verso la grande quercia al lato del sentiero, che dopo poco incontra, poggiandovi la schiena. Lui è su di lei, i baci si fanno più esigenti, le mani del ragazzo trovano la pelle sotto il maglione, lei gli si stringe, il respiro diverso. Poi il calore. Inizia piano. Dapprima non ci fa caso, riapre gli occhi velati di desideri nuovi. E del colore delle fiamme vive. Lui la sta baciando, si discosta appena. Poi la lascia andare come se fosse incandescente, sgranando gli occhi.
"Tu..." 
Lei boccheggia per un istante, privata del suo calore e delle sue labbra, non capisce, le iridi che decolorano lentamente, troppo.
"Tu... Tu sei di quelli, brutta puttana!" già sta gridando, togliendole il colore dal viso. È fuori di sé.
"Volevi fregarmi eh? Strega! Ma vai ad affogarti, sparisci!" le inveisce contro mentre arretra.
"Non farti più vedere, mi hai sentito?!" Quell'indice puntato sembra un artiglio che le sta scavando il cuore. Sente le ginocchia cedere, si accascia lentamente.
"Troia!" grida ancora, andandosene, lasciandola lì, incapace di rialzarsi ancora per molto, molto tempo.






mercoledì 17 febbraio 2016

Dear Sister #2

To: hilde.jk@aol.com
From: hljenks@aol.com
Subject: Ciao 
Ciao Hilde.

Scusami se non ti ho risposto prima, sono stata molto impegnata in questi giorni. Stiamo lavorando a un progetto particolarmente complesso, spesso faccio tardi e mi sveglio all'alba.
La mamma non era entrata in dettagli ma sì, qualcosa mi aveva accennato.
Capisco come ti senti, ma non c'è molto che io possa fare, lo sai. Purtroppo la situazione è quella che conosci.
Proverò a parlarci, ma non so quando. E comunque non farti illusioni, non ti assicuro niente. Tu intanto cerca di non scoprirti troppo e di non metterti nei guai.
Sono contenta che tu stia bene.

Helen

sabato 13 febbraio 2016

Dear Sister

To:  hljenks@aol.com
From: hilde.jk@aol.com
Subject: Ciao 
Ciao Helen, 
so che non ti ho mai scritto, ma questa volta ho preferito così. Per telefono lo trovo più complicato. E di persona forse ancora di più.
Cosa hai saputo di me, negli ultimi mesi? La mamma ti ha raccontato? Non mi meraviglierei se non lo avesse fatto. È come se stesse cercando di cancellarmi. Completamente.
Ormai avrai capito qual'è il punto. Il mio "Problema". Helen scusa, ma non ce la faccio più a chiamarlo così. Lo so io come lo sai anche tu che non è una stregoneria, né una maledizione, ma solo il gene X che si è risvegliato nel sangue della nostra famiglia da generazioni.
Fatto sta che quando sono arrivata a Philadelphia, dove i mutanti sono definiti tali, per quanto spesso nascano problemi. Dove è possibile ma non necessario nascondere la propria natura a tutti i costi... Qualcosa è cambiato. L'energia ha ripreso a scorrere più violenta che mai e non riuscivo più a controllarla.
Ho iniziato con una fiammata sul lavoro. Lavoravo in un locale, fortunatamente è successo nelle cucine, ho potuto mascherarlo. Poi in casa, una volta, poi un'altra. Ho rischiato di dar fuoco a ogni cosa Helen. Ho avuto paura, tanta.
Per fortuna, o probabilmente il destino, perché forse se non avessi parlato con lui nemmeno mi sarei trovata in quella situazione. In ogni caso non so perché. Fatto sta che ho conosciuto Marcus pochi giorni prima di trovarmi in quella situazione ed è stato fondamentale. È un professore della Young Gifted School. È riuscito a calmarmi, a farmi capire come controllarlo, e soprattutto non mi ha imposto niente. Né la registrazione, né l'iscrizione alla scuola. Mi ha dato consigli, ma mi ha lasciato completamente libera di scegliere.
E alla fine ho scelto.
Ho scelto di registrarmi e di iscrivermi alla scuola. Ho scelto di vivere alla luce del sole. Letteralmente. Di seguire la legge e di imparare a gestire il mio potere, a conoscermi, a vivere per quella che sono, non come il simulacro di una persona che non esiste.
Helen ti prego, dimmi che almeno tu puoi capirlo.
Ho chiamato la mamma, non ha voluto ascoltare ragioni, mi ha proibito di registrarmi, di iscrivermi alla scuola, mi ha minacciata. E ha chiuso il conto della mia carta di credito.
Forse sperava che cambiassi idea, ma non posso. Puoi capirlo?  Dopo 18 anni mi sono di nuovo sentita completa, mi sono sentita Me. E credo che il mio dovere, ora, sia mettere quello che so fare al servizio degli altri. E aiutare gli altri Gifted ad accettarsi e le persone ad accettarci. E fare qualsiasi cosa sia in mio potere perché nessuno debba mai più soffrire come noi, Helen, come me, come papà, la mamma. E tu? Non ho mai saputo se tu abbia sofferto di tutta questa situazione. Sicuramente vedere papà sfigurato, e... Mi hai odiata, Helen?
Non so perché ho deciso di scriverti. Non abbiamo mai parlato molto di cose serie. Meno che mai di questo.
Ma mi manca la mia famiglia. E penso che sia ingiusto e sbagliato. Non ho fatto niente, a parte nascere diversa, con il gene di Meredith Rose.
Qualunque cosa pensi, Helen, qualunque cosa tu decida, ti voglio bene. Ne voglio a tutti voi. Non voglio crearvi problemi, ma devo vivere la mia vita. 
Salutami la mamma e papà.
Hilde

 P.S. Alla Free mi hanno presa. E sì, dopo la registrazione. Hanno il badge tra i documenti di assunzione. 
 

domenica 7 febbraio 2016

Phonecalls

Pronto?

Pronto, Mamma?

Oh Helen, tesoro! Sono appena rientrata dall'ambulatorio, 
ti avrei chiamata io, più tardi, come stai?

Mamma sono Hilde

...

Mamma?

...

Mamma per favore...

[clic]


Risponde la segreteria telefonica di casa Jenkins. Non siamo al momento in casa, se volete lasciate un messaggio! - Beeeeeep -




giovedì 28 gennaio 2016

Happiness, More or Less

Mi hanno preso! Sono passata a ritirare la posta e a saldare i danni all'appartamento ed era lì! La risposta della Free Library! Un incarico part time, di basso livello, ma intanto sono entrata! Sono così felice... Peccato non poterlo dire a nessuno. Forse qualcuno sì. Ma comunque non alle persone a cui vorrei dirlo. Potrei farlo, ma non voglio rovinarmi questo momento, lo farò nei prossimi giorni. Chiamare e sentire il silenzio calare dall'altra parte non è il modo migliore per festeggiare l'avvenimento.
Mi manca lo scondinzolare di Duke.
La mamma mi manca? E papà? Non lo so. Di certo quello che non mi manca è sentirmi sempre un'immagine riveduta e corretta di me stessa, infilata in una vita "normale" che per me non aveva niente di normale. Costretta a mentire su tutto e a tutti, come se stessi vivendo una vita non mia.
E pensare che ho vissuto così per diciotto anni. Come ho fatto a non impazzire?
Però sì, un po' mi mancano. Forse mi manca quello che non ho mai avuto. Il loro amore per ME, non per qualcuno che non è mai esistito se non nella loro testa.



mercoledì 13 gennaio 2016

Phonecall

Ciao mamma

Sì, sono io. Sto bene. 

No, no sto bene, davvero. È che... sì devo dirti qualcosa.

Sì. Sì ecco... è successo giorni fa. Non... non riuscivo più a controllarlo.

Ci ho provato! Ma non ci riuscivo. È passato tanto di quel tempo!

Sì, alla fine sì, ci sono riuscita. Mi hanno aiutato.

Mamma... Ho dovuto chiedere aiuto! Preferivi che dessi fuoco a tutta casa?!

No. È... un professore della Young Gifted School. Un amico.

No! 

No, non ancora.

Significa non ancora. Che non ho ancora deciso! Anzi sì, forse ho deciso.
Solo volevo parlartene prima.

Lo so. E sapevo che non avresti capito...

...

...

...

Mamma ormai ho deciso.

Ti ho detto che ho deciso. E andrò anche a registrarmi.

Mamma? Mamma per favore...

...

Mamma!

.

venerdì 8 gennaio 2016

Inferno

“Hai uno dei poteri più belli in assoluto e volevi occultarlo? Simbolicamente il tuo potere deriva dalla luce solare, quella capace di creare e di grandi cose.”
 Ma è davvero così? Nella sua mente le parole di Marcus, che tanto a fondo sono arrivate nella sua anima, si sovrappongono a quelle immagini che credeva ormai dimenticate. Sepolte nel più profondo angolo della coscienza.

-- Mathilde! Mathilde dove sei? Torna in casa, devi riordinare la stanza. Mathilde! 

La bambina, due corte treccine nere e tante mollettine colorate a fermarle i capelli, resta nascosta in silenzio, spiando la donna attraverso le fronde della fitta siepe. 

 -- Mathilde Jenkins, vieni fuori immediatamente! Dove ti sei cacciata? -- chiama ancora a gran voce, la madre, con tono anche piuttosto preoccupato, poi mormora tra sé -- Quella bambina mi farà impazzire... 

 Finalmente Nora Jenkins rientra in casa, per andarla a cercare altrove, e la bambina esce dal suo nascondiglio ridacchiando. Le mancano due denti davanti e i jeans che indossa sono chiazzati di macchie d'erba. Le manine affondate nelle tasche, dà un calcio a un sassolino e prende a bighellonare nel giardino, poi inizia a raccogliere foglie secche. Gialle, marroni, verdastre, di ogni forma e dimensione. Ci gioca per un po', mettendole in fila, le sovrappone in una pila sbilenca, poi le guarda cadere. Dal capanno degli attrezzi si sente un picchiare ritmico, intervallato da note fischiettate. 

 Dopo un po' di tempo trascorso a giocare con foglie e sassolini, il nuovo gioco le viene a noia. Seduta in terra sbuffa, poi una luce dispettosa torna a illuminare gli occhi neri. Si guarda attorno con fare circospetto e prende a radunare le foglie, più altre foglie, e poi ancora altre foglie. Le mette in fila, a mucchietti, lungo il bordo del capanno. Torna poi verso i cespugli e stacca un ramoscello, lo ripulisce dai rametti laterali e poi sorride soddisfatta, tornando baldanzosa verso la sua fila di fantasmini. Certo, perché sono spiritelli del fuoco, e lei li farà danzare. 
Ancora una volta si guarda attorno. Dall'interno del capanno si sente picchiare e fischiettare, dunque non c'è rischio che suo padre si affacci all'improvviso. 
Impugna dunque per bene la sua bacchetta magica, come quella delle fatine dei cartoni, e puntandola al primo fantasmino gli dice -- Danza! 
Sa farlo ormai. Sa convogliare quell'energia a suo piacimento, più o meno. Ha imparato dal diario di Nonna Meredith. E oggi che ha trascorso tutta la giornata a giocare in giardino di energia ne ha proprio tanta! Ecco che il fantasmino prende vita. Le foglie iniziano a bruciare di una fiammella arancione, che si muove libera al soffio lieve dell'aria settembrina. -- Danza! -- dice ancora. E il secondo fantasmino prende vita, mentre gli occhi le brillano di contentezza. -- Danza! -- e ancora, e ancora. Sono ormai otto i fantasmini, li guarda beata farsi sempre più belli, più alti. Poi Duke passa correndo, portando la sua bambola preferita tra le fauci appiccicose -- Hey cagnaccio! Lascia andare Belinda! -- E la bambina corre via, lasciando andare la sua bacchetta magica, e dimenticando una fila di fantasmini che danzano gioiosi. Liberi. 

 Saranno le grida di tutta la famiglia a richiamarla lì, qualche tempo dopo, mentre il capanno è avvolto da fiamme alte quanto il cielo. Sola in un angolo, nel tumulto generale, con gli occhi sgranati osserva il parossismo degli adulti, mentre le grida di suo padre all'interno le fanno gelare il sangue. Quando riescono a tirarlo fuori, il rosso e il rosa della sua carne ustionata le si imprimono per sempre negli occhi e nella mente. Diventeranno la sostanza dei suoi incubi per anni, molti anni a venire.

Runaway

Oggi sono stata a casa tutto il giorno. Mi è successo altre due volte. Non ce la faccio più. Sto cercando di ricordare cosa diceva il diario di Meredith Rose, ma non ricordo. Ero troppo piccola. Ricordo qualche esercizio di concentrazione, ho provato ma non riesco. Forse da piccoli è più facile. O forse dipende solo dal fatto che allora ero meno spaventata. Era solo un gioco, per me. Non come ora. Sto cercando di calmarmi ma ogni volta la fiammata è peggiore, e più improvvisa. Non riesco a farci proprio niente. Dovrei chiamare Marcus. Chiedergli aiuto. Ma se lo facessi poi? Non voglio registrarmi, non voglio che altri sappiano. I miei non me lo perdonerebbero… Devo riuscirci da sola. Deve smettere. Voglio solo che torni tutto come prima!


giovedì 7 gennaio 2016

Dangerous

Lo sapevo. Sapevo che sarebbe successo e non sono riuscita a impedirlo. Fortunatamente è successo in cucina e sono riuscita a mascherare la cosa, ma… sta diventando pericoloso. Ancora non riesco a soffocarlo, è come decuplicato.
Dopo aver lasciato il Corpet, ieri, sono andata in giro. Ho camminato nel freddo tutto il pomeriggio, fino a notte inoltrata. Speravo che stancandomi sarei riuscita a dormire meglio, ma eccomi qui. Tre ore. E sono di nuovo sveglia. E mi sento male. Peggio di ieri, peggio di sempre. Ho paura.